lunedì 27 luglio 2015

INIZIO STAGIONE NON POSITIVO, BISOGNA CAMBIARE.


Di  Fabiano  Mazzetti Presidente Gruppo Trasversale Agricoltori 
Signor  direttore, purtroppo anche   questo inizio stagione ci da l'ennesima  conferma che non si vuole cambiare, ed a pagarne le conseguenze  dirette continuano come sempre ad  essere gli agricoltori, Paghiamo a  caro prezzo, la scarsa cultura di impresa, la mancata programmazione, l'innovazione varietale non sempre strettamente collegato al mercato,  e la mancanza di una vera aggregazione e strategia comune che ancora  latita, quello che è successo con il  progetto pera ne è la riprova, Forse è una peculiarità tutta italiana quella di ingigantire differenze  e problemi, invece di valorizzare  gli elementi comuni, aiutati anche  dal nanismo aziendale del settore  ortofrutticolo. In Italia ci sono almeno 60-70 esportatori degli stessi  prodotti ortofrutticoli, se andiamo  a vedere in altri paesi europei come  Spagna, Belgio e Olanda, possiamo  usare le dita di una mano per contarli tutti. Sono più di dieci anni  oramai che come G.T.A. solleviamo questi problemi, ma nulla è cambiato, sembra quasi che questa sorta di «nanismo» sia volontario, con una sorta di specializzazione ed una bravura a non risolvere i problemi, ma anzi ad esaltarli ed ingigantirli, così che si fanno apparire i problemi e gli ostacoli enormi ed invalicabili,  in modo che anche solo una soluzione parziale di un piccolo problema,  diventa per qualcuno un successo. Ed intanto che noi in Italia ogni anno ci «lecchiamo le ferite», in Spagna  (con l'aiuto di governo ed istituzioni)  gli agricoltori ci stanno surclassando e superando sia nel settore dell’ ortofrutta che del vino, favoriti anche da  costi di produzione nettamente inferiori (un terzo in meno su mano d’opera, agrofarmaci e mezzi tecnici, costi burocratici ed amministrativi)  e dalla maggior competitività  del «sistema paese». Finché  nel nostro settore a livello sindacale  ^ ed economico-organizzativo, prevale la voglia di visibilità ed autoreferenzialità rispetto al vero esercizio  della rappresentanza sindacale e di settore, difficilmente la politica sarà «obbligata» a darci risposte concrete  e valide invece dei soliti interventi «tampone» o a «spot». Non è un caso che in altri paesi europei, come  Francia e Spagna, dove l'agricoltura  è al centro delle politiche nazionali, i sindacati e le organizzazioni di  settore sono poche, forti ed unite. A questo punto sono gli agricoltori che devono decidere cosa abbattere: o gli impianti di frutteto e vigneto, oppure tutte queste rappresentanze e soprattutto quegli uomini che in questi anni, hanno solo pensato a difendere i loro privilegi o singoli interessi, invece degli interessi comuni di tutti gli imprenditori agricoli.

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